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24 apr 2026

Autonomia valdostana e l’ “endroumia”

di Luciano Caveri

Spesso cito mio zio Séverin Caveri, politico caposaldo dell’Autonomia valdostana contemporanea.

Non lo faccio solo per la parentela, ma con la convinzione di un suo ruolo essenziale in passaggi storici decisivi e anche per certi ammonimenti nei suoi scritti, come messaggi in bottiglia da leggere con gli occhi di oggi.

A lui si deve la segnalazione, buona anche nel presente e nel futuro, attraverso un termine sintetico. Si tratta di endroumia (che in patois indica proprio il torpore, l’intorpidimento) ed una diagnosi lucidissima che Caveri fece già decenni fa, presagendo il rischio che l'autonomia diventasse una "comoda abitudine" piuttosto che un esercizio quotidiano di libertà non solo da difendere, ma da espandere in una logica evolutiva e dinamica.

L'analisi di Caveri sull'endroumia ci aiuta a capire perché oggi quella "dirittura morale", che mai nessuno ha potuto negargli, appaia più rara proprio in questa sua capacità di critica che contrasta con certo autocompiacimento di chi è privo di una visione prospettica su noi stessi valdostani e i nostri destini.

Mi riferisco ad un’Autonomia con radici profonde, che deve tuttavia mantenere vivq la pianta a rischio sempre di rinsecchirsi se non la si cura. Ma riguarda anche una comunità che ha una sua identità che si modifica e su certi cambiamenti bisogna riflettere se rischiassero in qualche modo distruggere valori fondanti.

L’autonomia ha portato alla Valle d’Aosta una prosperità innegabile. Tuttavia, Séverin temeva che il benessere economico potesse agire come un anestetico e che lo Statuto fosse considerato un soddisfacente punto di arrivo e non un semplice punto di partenza.

Quando l’autonomia era un ideale per cui rischiare la vita, richiedeva una tempra morale d'acciaio e l’esempio di Chanoux, che spesso evoco, era l’esempio assieme tragico e perfetto per dire della grandezza di ideali in cui credere. Una volta ottenuto l’attuale ordinamento, l’Autonomia si è trasformata in una legittima e comprensibile ”macchina amministrativa". Così l’attenzione si è spostata in parte dalla tutela dei valori alla ripartizione delle risorse e ad una politica fattiva, cui io ho stesso ho partecipato.

L'endroumia, se l’autonomismo non resta il centro di tutto e soprattutto della consapevolezza di diritti e doveri, trasforma il cittadino conscio e combattivo in un utente che aspetta servizi dal "mamma-Regione" (meglio il francesismo Région-Providence), perdendo quel senso di responsabilità collettiva che è alla base di ogni vera comunità autonoma.

Per Chanoux e Caveri, l’autonomia non era solo una questione di confini o tasse, ma una visione filosofica (il federalismo integrale), che resta necessariamente l’orizzonte nel rapporto con l’Italia e con l’Europa. Prospettiva da coltivare e in cui credere, affrontando certo la realtà in cui viviamo, ma dando un corpus culturale al futuro, sapendo della sua originalità e importanza.

Oggi viviamo in un'epoca di "politica liquida" e i grandi ideali sono spesso sostituiti dal pragmatismo elettorale. Senza una base culturale solida, la coscienza politica si addormenta perché non ha più "fame" di futuro, accontentandosi di conservare il presente. Ciò ci indebolisce e la negoziazione necessaria sembra essere quasi un piacere da chiedere ai nostri interlocutori esterni, quando invece - lo ripeto - sono Diritti e lo scrivo con la maiuscola. Ci sono poi nemici celati al nostro interno, che apparentemente sono a favore dei principi autonomistici e assomigliano purtroppo a chi si nasconde nel cavallo di Troia nella cittadella dell’Autonomia non lavorando ”per” ma ”contro”.

L'essere umano e le comunità in cui ciascuno di noi si riconosce danno il meglio di sé sotto pressione. Il nemico alle origini dell’attuale autonomismo era visibile e brutale (il fascismo, l'oppressione linguistica). Questo costringeva a una coesione forzata e a una moralità eroica.

Oggi i pericoli sono più sottili (globalizzazione selvaggia, spopolamento della montagna, burocrazia). Essendo nemici meno "epici", non scatenano la stessa reazione vitale, favorendo il torpore.

La coesione di una comunità non nasce dal carisma di leader e gruppi dirigenti e dalla forza delle norme e dalla vivacità della cultura, ma dalla capacità dei singoli di restare "svegli": informarsi, partecipare alla politica e alla vita della società, ma non cedere al clientelismo e, soprattutto, riscoprire le ragioni profonde per cui la Valle d'Aosta è (e deve restare) un'eccezione politica.

L'endroumia non è un destino irreversibile, ma una condizione reversibile. Per svegliarsi, però, serve uno choc culturale, una scintilla che ricordi ai valdostani che l'autonomia è un compito, non una rendita di posizione.

L’autonomia non è un trofeo o un feticcio conquistato una volta per tutte e riposto in una bacheca, ma un organismo vivo che, se non viene nutrito dalla partecipazione, finisce per atrofizzarsi.

Il rischio di questo "rosicchiamento" silenzioso da parte del centralismo (sia esso romano o europeo) avviene solitamente attraverso tre canali principali:

Sia Roma che Bruxelles tendono a legiferare per grandi aree omogenee. Se il popolo valdostano diventerà "addormentato", accetterà norme pensate per la pianura o per le grandi metropoli, che però sono totalmente inadatte alla realtà della montagna.

L'autonomia potrebbe diventare un guscio vuoto perché le leggi locali finiscono per essere semplici fotocopie di quelle nazionali, perdendo la loro specificità montana.

Spesso l'erosione inizia dal portafoglio. Attraverso patti di stabilità e vincoli di bilancio, lo Stato centrale può limitare la capacità di spesa della Regione. Senza una coscienza vigile, i cittadini non percepiscono questi tagli come un attacco alla loro libertà, ma come "necessità tecniche", finché non si accorgono che i servizi (scuole , sanità, trasporti) iniziano a sparire.

L'identità si spegne quando si smette di parlare la propria lingua e di conoscere la propria storia. Se l'autonomia fosse percepita solo come un vantaggio economico e non come la difesa di una diversità culturale, allora non ci sarà più nessuno disposto a lottare per essa quando i tempi si faranno duri. Senza un popolo che si sente "popolo", la Regione autonoma diventa solo una provincia come le altre.

Séverin Caveri sapeva che il pericolo più grande non era il soldato che invade la Valle manu militari, ma il politico nemico assieme al burocrate livellatore che, con un tratto di penna, uniforma ciò che è diverso.

Se i valdostani smettessero di essere "coscienti e vigili", l'autonomia passa da essere un diritto politico (fondato sulla storia e sull'identità) a essere un privilegio amministrativo. E i privilegi, si sa, possono essere revocati in qualsiasi momento con una scusa qualunque (una crisi economica, una riforma costituzionale, accuse infondate di malgoverno, logiche di economie di scala).

Il paradosso dell'autonomia è che più essa funziona e giustamente garantisce benessere, più rischia di generare l'endroumia. Il benessere ci fa dimenticare che la libertà costa fatica e se ci si addormenta qualcuno ne approfitta!

Per evitare che la coscienza identitaria si spenga, non serve solo la politica istituzionale, ma serve quella che potremmo definire una "pedagogia dell'autonomia": riportare con dignità la storia locale nelle scuole; rendere il cittadino sempre più partecipe delle scelte; interloquire con Roma e Bruxelles perché centri decisionali essenziali , ma consapevoli del valore dell'autogoverno locale.