Come si fa oggi a contattare i cittadini?
Tema ormai complesso per i partiti politici. Larga parte del vecchio armamentario rischia ormai di essere travolto da un mondo in cui la militanza è in crisi e perciò si seguono nuove piste per interessare i cittadini.
Per dire: sono direttore del Peuple Valdôtain, organo dell’Union Valdôtaine, che ho diretto a lungo nella sua edizione cartacea e che ha avuto nel tempo successo di pubblico e di diffusione.
Oggi rinasce sul Web con uscite periodiche e mi sembra vivace, nella speranza di risalire la china. Gli altri partiti da tempo hanno chiuso le loro testate nel solco del requiem per la carta stampata.
Si mantengono in affanno i vecchi comizi in epoca elettorale e le sezioni restano un presidio, altrove disertato, ma trovare nuove adesioni è questione delicata.
Certo si affiancano iniziative più culturali e anche ludiche, pur nella limitatezza di un piccolo Movimento autonomista rimasto nel tempo mentre la partitocrazia italiana si sfaldava. Ma si devono testare nuove strade, ad esempio sui Social, con formule più adatte per attrarre specialmente i giovani.
Molti - perse sponde ormai desuete - tentano di riciclare l’oggetto di un recente e pungente articolo di Aldo Grasso sul Corriere.
Ecco l’approccio graffiante: ”Mentre a sinistra si discute di primarie,campo largo, coalizioni, necessità di un programma comune, si riaffaccia il fantasma del gazebo. Il chiosco da giardino inglese — il cui etimo deriva dal verbo to gaze (contemplare) e dal suffisso latino -ebo, tipico del futuro — da creazione ludica è diventato la trincea dei rassegnati, la garitta di strategie populiste, un ingombro stradale, rifugio della retorica demagogica dei social.La politica è altra cosa: è carisma, determinazione, progetto, acume, militanza, anche spietatezza.
Ma quando non c’è una figura trascinante, bastano un tavolino traballante, due bandiere sbiadite e una manciata di biro che hanno smesso di fare il loro dovere per evocare il miracolo della «partecipazione». È una liturgia rassicurante: file ordinate o scomposte di fedeli convinti di decidere il destino del Paese”.
Anche a me è capitato. Nel gazebo si somiglia al naufrago delle vignette della Settimana Enigmistica. Ci si consola con amici e compagni di tenda e ci sia attacca come patelle al primo che si avvicina e un volto amico diventa un rimedio contro certa solitudine da banchetto. La comicità involontaria sta nel contrasto tra entusiasmo militante e totale indifferenza dei passanti. Spesso chi prende il volantino lo abbandona nel primo cestino sotto mano.
In epoca elettorale naturalmente è peggio ancora e certe massaie al mercato ti guardano storto se allunghi tendi un approccio con sorriso ebete, che suona più viscido che allettante.
Ancora Grasso: ”Il gazebo è l’eutanasia del pensiero critico: asciuga il dibattito, polverizza la riflessione e riduce la complessità e il valore del voto a un surrogato distratto su un foglio di carta riciclata.Il gazebo custodisce un fuoco liturgico: non serve capire davvero, basta mettere un segno per gratificare le tifoserie. Qualunque sia il risultato si può sempre dire che è la volontà del «popolo del gazebo». In fondo è la versione politica dei dehors: accessibili, rumorosi e invasivi”.
In fondo, se non si hanno generi di conforto, alla fine si finisce al bar con un bicchiere per dimenticare, dove forse si incontrano più persone di quanto se ne erano viste al gazebo.. In certi casi, vengo pervaso dalla nostalgia di un luogo d’incontro popolarissimo quando iniziai a far politica: il Rendez-vous Valdôtain, versione alpina e autonomista del Festival dell’Unità con costine, fontina, polenta e buon vino.
Un fantastico calore umano avvolgeva la politica d’antan e nessuno si trovava ad un tavolo con persone che all’unisono guardano il loro telefonino.