Quando ci si guarda attorno, si vede spesso un mondo alla rovescia rispetto a certi principi etici, che dovrebbero uniformare la nostra società.
Non faccio il moralista: ma noto con dispiacere una certa lassitudine e il rischio di trasformare la politica in slogan in qualche modo corrispondenti alla logica di brevità dei Social. Una specie di ribellione rispetto alla complessità dei problemi, cercando scorciatoie degli ideologismi.
Sergio Marchionne è stato un capitano d'industria anticonformista e innovatore. Partì da origini modeste, emigrato in Canada da ragazzo, e si costruì la carriera con lo studio e il lavoro, senza ereditare aziende né posizioni di potere. Un self-made man, dunque, a patto di intendersi: non un autodidatta senza titoli, ma un uomo che si fece da sé attraverso una solida formazione universitaria, conquistata lontano dai circuiti protetti dell'establishment. Arrivò alla guida di Fiat, Chrysler e Ferrari da outsider, chiamato per la sua capacità di risanare e non per lignaggio. Lui stesso non lo dimenticava: «Non sono nato da una casta privilegiata, ricordo da dove vengo, so che mio padre era un maresciallo dei Carabinieri». Ferruccio de Bortoli lo ha descritto come un grande pragmatico, uomo dell'azione più che delle parole, che non ha mai cercato il consenso facile e che ha insegnato all'Italia aziendale come la competizione globale non faccia sconti a nessuno.
Proprio questa franchezza emerge nell'intervento tenuto alla Bocconi di Milano il 30 marzo 2012, che oggi suona più attuale di allora: «Oggi viviamo nell'epoca dei diritti. Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, il diritto di urlare e sfilare, il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Per questo credo che dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell'impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell'oggi e soprattutto del domani».
Non era la provocazione di un manager. Quell'equilibrio tra diritti e doveri ha un fondamento preciso nel nostro ordinamento, e lo si trova nel pensiero di Giuseppe Dossetti e della corrente personalista all'Assemblea Costituente. Fu questa impostazione a plasmare l'articolo 2 della Costituzione: la Repubblica «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo» e «richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Per i Costituenti, quel «richiede» posto accanto al «riconosce» sta a dire che diritti e doveri non sono capitoli separati ma due facce della stessa medaglia. La libertà individuale trae valore e tutela proprio dal reciproco adempimento dei doveri verso la comunità.
Molti citano la Costituzione come un feticcio da esibire, senza sempre conoscerne davvero i contenuti. Sarebbe bene, invece, tenere presente questo equilibrio, perché senza di esso certe proteste diventano una visione unilaterale e sproporzionata. Lo stesso allarme viene da Marcel Gauchet, storico e filosofo della politica, già direttore della rivista Le Débat. Analizzando la mutazione delle democrazie contemporanee e l'ascesa di un individualismo narcisistico, in opere come La démocratie contre elle-même avverte che l'ipertrofia dei diritti soggettivi, intesi come pretese illimitate verso lo Stato e la società, rischia di dissolvere il legame sociale. Senza il contrappeso di doveri civici e di appartenenza a un destino comune, la democrazia si frammenta in una somma di egoismi, in cui nessuno si sente più responsabile della tenuta della polis.
Non servono i massimi sistemi per accorgersene. Lo si vede nella quotidianità di tanti piccoli gesti, nell'aggressività con cui si rivendicano i diritti e nella smemoratezza colpevole dei doveri corrispondenti. Certe piazze, certi cortei, certi interventi nelle assemblee elettive ne sono la testimonianza più evidente.
Marchionne, Dossetti e Gauchet, da strade diverse, dicono la stessa cosa: una comunità regge solo se ciascuno sa che per avere bisogna anche dare.