Frullano in testa tanti pensieri, in questi tempi nei quali mancano punti di riferimento e nasce la tentazione di chiudersi nel proprio privato. Ciò avviene nell’illusione che questa scelta abbia una sua confortevolezza.
Si può obiettare, fra il serio e il faceto, con un celebre proverbio: chi dorme non piglia pesci. C’è chi pensa che questo dormire - come esempio massimo di estraneità dalla vita reale - possa apparire una scelta e che ci importa dei pesci!
Se si sceglie la via soporifera, la vita parrebbe filare liscia in una bonaria catatonia, mentre i problemi del mondo si ingarbugliano altrove e per altri. E più crescono le inquietudini, più forte è la tentazione di guardarsi intorno e chiudersi, come un orso che si ritira in una caverna per l'inverno, in un suo letargo ristoratore.
La tentazione ha argomenti rispettabili. Seneca, che di politica se ne intendeva fin troppo, dedicò un intero dialogo all'otium, sostenendo che il saggio può legittimamente sottrarsi a una Repubblica corrotta e coltivare altrove la propria virtù. Il guaio comincia quando la quiete smette di essere una scelta e diventa un'anestesia.
Già Immanuel Kant, nel 1784, individuava la radice del problema. La "minorità" dell'uomo, scriveva, è colpa sua quando dipende da pigrizia e viltà. Il suo Sapere aude, "abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza", è un invito a diffidare della comodità, la più seducente delle tentazioni.
Neil Postman sosteneva - aggiungendo un elemento - che l'avvertimento giusto non fosse quello di Orwell ma quello di Huxley: una cultura non si spegne perché qualcuno la censura, ma perché la sommergiamo di intrattenimento fino a non avere più nulla da difendere. Chi rinuncia a decidere a cosa dedicarsi non resta libero: viene occupato da ciò che altri hanno deciso per lui. L'obiezione a questo atteggiamento è ovvia: i problemi sono troppo grandi e ingarbugliati e il singolo non può nulla e bisogna prenderne atto.
Eppure, in chi ci crede, resta un richiamo: il senso del dovere, che non lascia dormire in pace. O anche la scelta di svegliarsi dal sonno tranquillo per riprendere in mano il proprio destino. Quanto avviene quando, come risposta alle dittature, cessa quell’adesione passiva e avviene la legittima ribellione.
Václav Havel, in un suo libro, racconta del droghiere che ogni mattina espone in vetrina il cartello d'ordinanza del regime, senza crederci, solo per quieto vivere. Il giorno in cui smette di farlo e sceglie di vivere nella verità, ha già incrinato un sistema che sulla somma di quei piccoli assensi si regge.
Voltaire chiude il Candide con l'invito a coltivare il nostro giardino. Letto in fretta suona come un congedo dal mondo. A capirlo bene è un principio di misura: non pretendere di governare ciò che non è nostro, ma prendersi cura di ciò che lo è. Interessante per chi crede nel federalismo.
La tesi da ribadire è semplice: il vuoto che lasciamo non resta vuoto. Se non scegliamo noi a cosa dedicare la nostra attenzione, la scelta la fanno altri e di solito le strade che scelgono alla fine non ci piacciono per niente, ma abbiamo perso l’attimo. L'impegno è prima di tutto una difesa della propria libertà.
Il richiamo alla propria coscienza, in chi ci crede, non è un’enfatizzazione rumorosa. Dovrebbe essere voce sommessa che domanda, ogni mattina: a che cosa dedico la mia giornata oggi? Chi risponde ha già smesso di essere un'ombra nella caverna in cui si è chiuso, anche se la risposta è una sola e magari di modesta portata.
L'orso in fondo fa bene a dormire d'inverno. Purché a primavera esca dalla caverna.