Il circo è in crisi, si dice. Eppure ricordo quando - ero un bambino - era una festa. Nella mia Verrès arrivavano i piccoli circhi, senza nomi famosi sui cartelloni sparsi per il paese e per noi piccoli era un evento imperdibile.
Si cominciava dalla curiosità per il montaggio del tendone, poi le roulotte al seguito in cui sbirciare, le gabbie con gli animali e infine lo spettacolo, in versione paesana: pochi artisti polivalenti che passavano da un numero all'altro, acrobata, giocoliere e musicante nel giro di un'ora.
Più tardi, altrove, ho conosciuto i circhi di grande fama, dove tutto era più rutilante: musica, luci, attrazioni di altissimo livello, uno spettacolo più compiuto. Il fascino restava lo stesso, fatto di esotismo, di una punta di trasgressione e di sprezzo del pericolo nelle acrobazie. E poi il clown, maschera imperdibile, capace di far ridere in modo buffo ma sempre venato di poesia. Al momento del fulgore c’erano acrobati, trapezisti, cavalieri, domatori, carovane di animali esotici e file nelle strade per spostare uomini, bestie e tendoni da una città all'altra.
Oggi molte di quelle attrazioni sarebbero impensabili, e giustamente: l'esibizione di persone con malformazioni come fenomeni da baraccone appartiene a un'epoca che non rimpiangiamo, così come lo sfruttamento degli animali. Oggi la crisi del circo tradizionale è evidente. Troppe distrazioni, troppi spettacoli concorrenti, dalle piattaforme in streaming ai parchi a tema.
Ma state tranquilli: il circo è risorto dalle sue ceneri. Ha solo cambiato tendone, e oggi alberga nei salotti televisivi, nei talk show che invadono i palinsesti italiani. Il parallelo regge sorprendentemente bene. Il conduttore è il direttore di pista che annuncia i numeri e fa schioccare la frusta. Gli ospiti fissi sono gli artisti polivalenti di una volta: li vedi di mattina su un canale, di sera su un altro, sempre pronti a passare dalla politica al gossip, dalla sanità alla geopolitica. Gli equilibristi camminano sul filo delle dichiarazioni, i trapezisti si lanciano da una tesi all'altra sperando che qualcuno li riprenda al volo. Lo sprezzo del pericolo c'è ancora, con il rischio di smentite in diretta e figure di palta.
Gli animali? Non sono scomparsi, hanno solo cambiato forma. Le belve ora si sbranano a parole e il domatore, in studio, ha il compito di tenerle più o meno a bada. Le tre piste di Barnum sono diventate le tre schermate, con il pannello degli ospiti, le chat dei telespettatori e la striscia delle notizie che scorre in basso. Il fenomeno da baraccone, oggi, è l'ospite che dice la cosa più enorme possibile, perché fa share. E i clown abbondano, ma a differenza dei loro predecessori non sempre sanno di esserlo, e di rado portano con sé quella vena di poesia.
Barnum aveva capito prima di tutti che il pubblico va stupito, incuriosito, tenuto incollato al tendone. Chiamava "humbug", cioè imbroglio bonario, l'arte di vendere meraviglie che metà dello spettatore sospettava false e l'altra metà voleva credere vere. I produttori televisivi hanno imparato la lezione a memoria.
Fu buon profeta, tanti anni fa, Umberto Eco, quando teorizzò il passaggio dalla "Paleotelevisione" (pedagogica e informativa) alla "Neotelevisione", spiegando come il talk show moderno funzioni proprio come una pista da circo o un luna park!Non importa cosa si dice, ma come ci si esibisce e chi esagera spicca. La discussione politica e culturale viene trasformata in un'attrazione da baraccone dove la lite, il freak e la caricatura prendono il sopravvento sul contenuto.
Idem nel pensiero di Karl Popper, che definì la televisione una vera e propria arena o circo per i gladiatori moderni. Secondo Popper, il mezzo televisivo (e in particolare il dibattito spettacolarizzato) ha sostituito il teatro d'opinione (luogo figurato in cui idee e argomentazioni diverse si confrontano su una scena) con la ricerca dell'effetto e del conflitto primordiale, mettendo in scena una dinamica simile a quella degli spettacoli circensi o dei giochi gladiatori per catturare l'attenzione della massa.
Una differenza però c'è. Al circo, a fine serata, si usciva con la meraviglia negli occhi. Davanti a certi spettacoli televisivi, invece, resta l’impressione cupa di un crescente degrado.