Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
28 ago 2026

L’Internazionale delle Montagne

di Luciano Caveri

«I popoli di montagna si assomigliano tutti: parla pure una lingua diversa, ma la fatica della pendenza e il rispetto per la natura li rendono cittadini dello stesso paese». Mario Rigoni Stern

Mentre i ghiacciai del Nepal e del Tibet si trasformano in bacini di rottura ad alto rischio e le pareti delle Alpi franano per il degrado del permafrost, la diplomazia globale continua a incepparsi.

Le grandi "Internazionali" del Novecento — da quelle politiche e ideologiche fino ai vertici internazionali paralizzati da veti crociati e sovranismi — hanno fallito perché hanno preposto l'ideologia ai territori. Hanno ragionato in termini di confini, mercati ed egemonie, dimenticando la geografia fisica dell'esistenza. Oggi, tuttavia, esiste una spinta invisibile ma drammatica che impone la nascita di una nuova alleanza transnazionale: la crisi climatica che sta devastando le montagne di tutto il pianeta.

Ha scritto, in un lontano passato con logica visionaria, Alexander von Humboldt, naturalista e esploratore tedesco: ”Nelle grandi catene montuose del pianeta si legge il grande libro della Terra: ciò che accade sui vertici del mondo prefigura sempre il destino delle pianure".

La montagna non è semplicemente un elemento del paesaggio; è una condizione umana. Dalle Ande all'Himalaya, passando per l'arco alpino, chi vive in quota condivide lo stesso isolamento, la stessa complessità nell'accesso ai servizi essenziali, la stessa fatica della pendenza e la medesima custodia culturale.

Soprattutto, i popoli delle terre alte condividono il ruolo indetto dal destino: essere la prima linea di difesa e la prima vittima del tracollo ambientale.

In questo scenario si manifesta l'asimmetria della fragilità. L'impatto del riscaldamento globale colpisce le comunità in base al loro livello di sviluppo economico, pur condividendo la stessa radice. Sulle Alpi la fusione dei ghiacciai minaccia l'economia della neve, la sicurezza idrogeologica e le riserve idriche dei grandi bacini padani o renani.

In Nepal e Tibet, la stessa causa produce catastrofi umanitarie immediate: il rischio di esondazione dei laghi glaciali distrugge interi villaggi, trasformando le popolazioni locali in profughi ambientali privi di reti di salvataggio economico. Stesso fenomeno, conseguenze diverse, identica urgenza.

Diceva Élisée Reclus, geografo ottocentesco che si autodefiniva anarchico: ”La montagna è un maestro esigente che insegna la solidarietà: di fronte alle sue pareti e ai suoi abissi, gli uomini scoprono di appartenere a un'unica patria, che è la terra stessa”.

Sarò un sognatore, ma di questa materia mi sono sempre occupato e me ne occupo ancora, attraverso una visione al contempo giuridica e culturale. Questa necessità di coordinamento — oggi per lo più delegata alle dinamiche burocratiche della FAO, agenzia delle Nazioni Unite — ha gradualmente perso quella spinta e quella chiave di lettura squisitamente politica che era emersa proprio nel 2002.

Durante quell'Anno Internazionale, le Montagne del Mondo riuscirono a ragionare assieme, superando le barriere geografiche dei Continenti di appartenenza per riscoprirsi soggetto unitario.

Quanto sarebbe importante che realtà come la Valle d’Aosta assumessero un ruolo trainante, pur nel complesso scenario geopolitico attuale, per far comprendere la saldatura indispensabile tra la comprensione dei cambiamenti in atto e l'azione sul campo! Una spinta per lavorare a progetti concreti tra territori che condividono affinità culturali e sociali evidenti, pur nella consapevolezza che le priorità vanno tarate a seconda dei diversi regimi politici, dei livelli di sviluppo e delle specificità delle singole società che ovviamente vivono differenze di cui tenere conto.

Le montagne non sono la periferia del mondo, ma le sue "torri d'acqua" e il suo sistema di allarme precoce. Se crollano le terre alte, l'impatto travolgerà inevitabilmente anche le metropoli di pianura. Unire i popoli dei massicci montuosi al di là dei blocchi ideologici non è un'utopia, ma la bontà pragmatica della risposta di chi vive in quota per salvare il futuro di tutti.

Come ha scritto Émile Javelle, scrittore e alpinista svizzero: ”Sulle cime non ci sono frontiere; c'è soltanto la grande patria delle altezze, dove gli uomini si riconoscono fratelli prima ancora di chiedersi da dove vengano”.