Ho sempre trovato il reducismo un eccesso di nostalgia, spesso venato da un pericoloso autocompiacimento. Quella tendenza a fissarsi sul passato, a trasformare le proprie esperienze in un mantra ripetitivo che, alla lunga, finisce per risultare fastidioso e, peggio ancora, sterile.
La parola, in origine, indicava l’atteggiamento di chi ritorna, soprattutto dopo una lunga assenza legata a imprese rischiose, esilio o guerra: i reduci della Seconda guerra mondiale, per esempio. Viene dal latino redux, -ŭcis, composto di re- (“di nuovo, indietro”) e ducĕre (“guidare, condurre”). Letteralmente: “colui che è ricondotto indietro”, “colui che ritorna”. Il suffisso -ismo ne fa una condizione, un atteggiamento, quasi un’ideologia.
Reducismo è, dunque, lo stato di chi resta agganciato a un’esperienza – bellica o professionale – e, con il passare degli anni, rischia di farne l’unico punto di riferimento della propria narrazione. Il passato diventa non più memoria viva, ma rifugio comodo, talvolta un piccolo trono da cui esercitare una superiorità basata soltanto sul fatto di “esserci stati”.
Esiste, però, anche un racconto buono del proprio passato. Quello che diventa occasione di aneddoti utili, di esperienze vissute da illustrare, di un patrimonio di conoscenze acquisite da mettere a disposizione. Specie se questo cumulo di memorie finisce per avere una sua utilità nel passaggio di quanto acquisito verso i più giovani. Qui la memoria non è una cattedra, ma un ponte. Non celebra l’io di ieri, ma cerca di illuminare il cammino di chi sta muovendo i primi passi oggi.
Mi capita di farlo. E so bene quanto ci si trovi spesso sul crinale, con il rischio concreto di precipitare in una lode del passato accompagnata dall’esaltazione del proprio ruolo. È una trappola mortale: trasforma anche il più nobile trasferimento di esperienza in un noioso collage che fa abbassare le palpebre, se non è davvero convincente.
A me è capitato spesso di incontrare dei giovani e di cercare di essere empatico e non vanaglorioso. Conta la semplicità dell’esposizione e la capacità di non guardare solo al passato, ma di usare motivazioni che consentano di attualizzare pensieri e azioni. Altrimenti penso che sia facile vedere facce annoiate e platee di cui si è persa l’attenzione. È un flop, alla fine, e non una missione compiuta.
Il confine è sottile e richiede una disciplina interiore continua. Da una parte c’è la generosità di chi vuole risparmiare ai giovani alcuni errori possibili, offrire scorciatoie di comprensione, restituire il senso di un mestiere o di una stagione della vita. Dall’altra c’è la tentazione, quasi inevitabile con l’età, di cercare riconoscimento, di rivivere attraverso il racconto una centralità che il tempo ha spostato altrove. Il primo movimento costruisce; il secondo indugia e, alla fine, annoia. Un buon aneddoto professionale non dice “quanto ero bravo”, ma “cosa ho imparato e come può servirti oggi”. Non impone modelli, ma apre possibilità.
Credo valido, a questo proposito, il pensiero di Norberto Bobbio, tratto da Il tempo della memoria: ”Siamo quello che ricordiamo. Ma la memoria personale non basta: se non diventa memoria condivisa, muore con noi. I vecchi hanno il dovere della testimonianza, non per insegnare a vivere, che è impossibile, ma per mostrare che è possibile vivere attraversando le tempeste del proprio tempo. Trasmettere l’esperienza ai giovani è un atto di rispetto verso il futuro, un modo per dire loro: “Ecco cosa abbiamo imparato, ora tocca a voi farne qualcosa di meglio” ”.
È una testimonianza, non una lezione. Un’offerta, non un’imposizione. La differenza sta tutta nell’intenzione e nella forma: quando il racconto mette al centro l’ascoltatore – le sue domande, i suoi dubbi, il suo presente – allora diventa trasmissione. Quando invece mette al centro il narratore e le sue glorie passate, scivola rapidamente nel reducismo. Restare su quel crinale significa accettare di interrompersi, di chiedere “ti interessa davvero?”, di riconoscere che non tutto ciò che abbiamo vissuto merita di essere raccontato. Significa usare la memoria non come specchio in cui contemplarsi, ma come finestra aperta sul futuro di chi ascolta.
Dio mi scampi dal reducismo, dunque. Ma non dalla memoria. Quella, se usata con misura e generosità, resta uno degli strumenti più preziosi che possiamo ancora offrire. La memoria che non chiede applauso è quella che lascia davvero qualcosa.