La storia della panchina pubblica, come oggetto, è legata allo spazio urbano moderno e al concetto di tempo libero e si sviluppa tra la fine del XVIII e il XIX secolo. Nei giardini classici o rinascimentali esistevano solo sedute in pietra addossate ai muri o integrate nelle architetture.
Il fenomeno nuovo esplode con la città ottocentesca, come la Parigi di Haussmann e la Londra vittoriana, con parchi pubblici. In più la produzione industriale della ghisa rende la panchina un arredo urbano di serie, economico e resistente. La classica panchina verde da parco con doghe in legno e supporti in ghisa modellata diventa il simbolo della pausa urbana e del "diritto alla sosta".
Nel dopoguerra in Valle d’Aosta - assumendo addirittura l’aspetto di un simbolo autonomistico - si diffondono le panchine rosse della Regione.m autonoma. Anni fa, trovai un verbale in francese del Consiglio Valle del dopoguerra ricordo di quando la Valle era senza soldi pubblici ed arrancava nel secondo con persone degnissime che svolgevano pieni di speranza. Così si legge: ”L'Assessore al Turismo, prof. Deffeyes, riferisce al Consiglio in merito alla relazione seguente, concernente la proposta di approvazione di finanziamento di spesa per l'acquisto di numero duecento panchine da assegnarsi ai Comitati locali per l'incremento turistico”.
Ovviamente ne furono acquistate molte di più e se ne vedono ancora. Forse bisognerebbe riprendere l’idea, che fu in fondo antesignana di quell’uso attuale delle panchine colorate. Vi ricordo il campionario attuale: panchina rossa: Lotta contro la violenza sulle donne e il femminicidio; panchina gialla: Sensibilizzazione sui diritti umani o contro il bullismo e cyberbullismo; panchina blu: attenzione al problema dell’autismo; panchina rosa: prevenzione cancro al seno. Mi fermo qui per non fare un elenco troppo lungo.
Altro fenomeno le panchine giganti, nato quasi per gioco in Italia, nelle Langhe piemontesi. Nel 2010, il designer americano Chris Bangle realizzò la prima Big Bench a Clavesana (Cuneo), sul terreno della sua abitazione. La logica: far ritornare gli adulti bambini: sedendosi su una panchina sproporzionata, con le gambe che ciondolano nel vuoto e non toccano terra, si cambia prospettiva e si contempla il paesaggio con lo sguardo meravigliato dell'infanzia.
Molti artisti contemporanei hanno trasformato la panchina da semplice oggetto funzionale a opera d'arte concettuale. L’arte contemporanea ci ha messo le mani. Come Jenny Holzer, artista concettuale americana, che incide brevi frasi, aforismi e "truismi" provocatori su panchine di pietra o marmo posizionate nei musei e negli spazi pubblici. Oppure Jeppe Hein, artista danese che crea panchine dalle forme contorte, con schienali altissimi, sedute inclinate, bucate o a specchio.
Nasce anche la panchina digitale contemporanea si sta evolvendo per rispondere alle esigenze della città smart e sostenibile con piccoli pannelli fotovoltaici sul tettuccio o sulla seduta, offrono prese USB per la ricarica dei dispositivi mobile, hotspot Wi-Fi gratuito e sensori per il monitoraggio della qualità dell'aria o della temperatura.
Ma resto tradizionalista: la panchina è per me uno dei luoghi letterari per eccellenza: spazio dell'attesa, dell'incontro casuale, della solitudine e dei ricordi.
Penso a Cesare Pavese: nei suoi versi e nelle sue prose torinesi, la panchina ritorna spesso come punto di osservazione malinconico sulla città, metafora dell'isolamento e della contemplazione dei passanti.
Interessante Jacques Prévert: nella poesia francese, la panchina è lo sfondo ideale degli innamorati ("Les amoureux qui s'embrassent sur les bancs publics...", resa celebre anche dalla canzone di Georges Brassens).
Insomma: anche la panchina ha un suo mondo.