Un viaggio distante dalla propria casa è, prima di tutto, uno spostamento nel tempo. È una realtà tangibile, non una suggestione della fantasia. Lo chiamiamo con un nome tecnico: fusi orari.
Teoricamente dovrebbero essere 24, uno per ogni ora del ciclo terrestre, ma nella pratica reale sono tra i 38 e i 40 — o persino di più, a seconda di come si calcolano le anomalie politiche, le mezze ore regionali e le varianti dell'ora legale. Nati solo verso la fine dell'Ottocento sotto la spinta inesorabile delle ferrovie e delle reti telegrafiche, i fusi orari hanno cancellato per sempre la pluralità del tempo "solare" che per millenni ogni singolo villaggio misurava sul proprio meridiano, quando il mezzogiorno di una città distava pochi minuti da quello del borgo vicino.
Il fuso orario che cambia – a ben pensarci – è un piccolo, sofisticato inganno quotidiano: lo stesso identico istante nell'universo diventa un’altra ora sulla carta, e in quel preciso scarto ci si accorge che il tempo “vero” e oggettivo non esiste. Esistono soltanto le convenzioni arbitrarie con cui abbiamo scelto di misurarlo per coordinare le nostre esistenze.
Eppure, la clessidra con lo scorrere sordo della sua sabbia, i campanili che segnano i ritmi delle comunità con il bronzo delle loro campane, l’orologio al polso che conta meccanicamente anche i battiti del mio cuore, e la meridiana con le sue ombre silenziose — che ho lasciato nel cortile di una casa che non è più mia — sono tutti disperati e bellissimi tentativi umani di addomesticare qualcosa che scorre inafferrabile e ci sfugge da sempre.
Sant’Agostino, nel libro XI delle sue Confessioni, si interrogava con sublime angoscia proprio su questo mistero: diceva che se nessuno glielo chiedeva sapeva cosa fosse il tempo, ma se doveva spiegarlo a chi glielo chiedeva, non sapeva più cosa dire. Il tempo esiste in modo strano e paradossale, perché il passato non è più, il futuro non è ancora, e il presente è solo un istante impercettibile che sfugge nell’attimo stesso in cui cerchiamo di pensarlo.
Seneca, nel De brevitate vitae, affrontava la questione con un pragmatismo più politico e pungente: non è che la vita sia breve, è che noi ne sprechiamo la maggior parte. Il tempo ci scorre addosso rovinosamente mentre siamo distrutti da ambizioni effimere e occupati in mille cose inutili; ce ne accorgiamo solo quando il bilancio è giunto al termine e il margine è ormai quasi finito. Per il filosofo stoico, riappropriarsi del proprio tempo è l'unica vera forma di libertà concessa all'essere umano.
All'inizio del Novecento, Henri Bergson operò una scissione fondamentale: distinse nettamente il tempo della scienza e degli orologi — un tempo spazializzato, quantitativo, misurabile e diviso in secondi tutti uguali tra loro come i granelli di una collana — dalla durée, la durata reale vissuta dall'esperienza umana. Quest'ultima è qualitativa, continua e fluida, un flusso indistinto che si dilata o si contrae a seconda della temperatura delle nostre emozioni. Un’ora trascorsa nell'angoscia dell’attesa e un’ora vissuta nella pienezza della gioia non “pesano” allo stesso modo sulla nostra pelle, anche se la lancetta dell’orologio insiste nel dire il contrario.
Marcel Proust ha fatto della memoria involontaria l'unico vero ponte capace di raccordare questi due tempi apparentemente inconciliabili. Il sapore di una madeleine inzuppata nel tè o il suono di una piastrella sconnessa sotto il piede possono far riemergere improvvisamente un intero mondo perduto, restituendoci non un semplice ricordo sbiadito, ma la fragranza viva di un tempo che credevamo sepolto per sempre nell'oblio.
E poi è arrivato Albert Einstein, che con la relatività ristretta prima e generale poi, ha smantellato l'idea dell'orologio dell'universo. Ha dimostrato scientificamente che il tempo non scorre con il medesimo ritmo per tutti gli osservatori, ma dipende in modo indissolubile dalla velocità di movimento e dalla presenza dei campi gravitazionali: un orologio posto in cima a una montagna corre, seppur impercettibilmente, più veloce rispetto a uno situato a livello del mare. Non si trattava di uno specchio per le allodole o di un paradosso teorico: era la clamorosa e inconfutabile dimostrazione matematica che l’intuizione filosofica di Agostino e Bergson — il tempo come entità relativa, plastica e situata — possedeva un fondamento fisico reale.
Forse il filo invisibile che annoda la fisica, la filosofia e l'esperienza del viaggio è proprio questo: il tempo “oggettivo” scandito dalle lancette e dalle griglie geografiche è soltanto una fragile impalcatura esterna, una scenografia necessaria su cui costruiamo il tempo che conta davvero. Il tempo interno della memoria, delle attese trepidanti, delle case che abbiamo abitato e che non abbiamo più, ma che continuano a esistere intatte e illuminate in un angolo protetto della nostra mente. E insieme ad esse, il tempo di quelle case che accompagneranno ciò che deve ancora arrivare, mentre ci troviamo proiettati in una vita individuale così breve, calata nel flusso incessante di un tempo cosmico così clamorosamente lungo da farci sentire, al contempo, spaventati e gratificati dall'essere anche solo per un istante un piccolissimo granellino di sabbia nella clessidra del mondo.