Ci sono temi su cui sforzarsi di trovare una sintesi dimostrerebbe a che cosa servano una democrazia matura e il dialogo politico conseguente.
Mi riferisco al tema sicurezza e al rischio che, al posto di essere un tema meritevole di una mobilitazione generale, diventi oggetto di una campagna elettorale che in Italia non si ferma mai e figurarsi adesso a pochi mesi dal voto per le Politiche.
Da un lato ci si indigna a comando, quando il fatto di cronaca nera conquista l'apertura dei telegiornali e dall’altro si tende a derubricare il degrado a un prezzo fisiologico da pagare a causa della complessità del mondo moderno.
In mezzo c’è la realtà: l'ansia per l'incolumità propria, dei propri cari e dei propri beni, che è diventata il sottofondo costante delle giornate di milioni di cittadini, famiglie e comunità.
È ora di dirlo senza ipocrisie e senza il timore di risultare impopolari nell'uno o nell'altro schieramento: la sicurezza non è un tema "di destra" né "di sinistra". È un pilastro della cittadinanza democratica.
Quando la Repubblica arretra nel presidio del territorio o nell'applicazione rigorosa delle proprie norme, non sta dimostrando tolleranza né moderazione: sta semplicemente abdicando al suo primo dovere. Se la legalità diventa opzionale o aleatoria cessa e non garantisce paradossalmente chi rispetta le regole.
Un editoriale di ieri di Antonio Polito sul Corriere suk tema era illuminante e ne cito un breve passaggio in cui invitava le forze politiche democratiche ”A riconoscere il monopolio dell’uso legittimo della forza da parte dello Stato e della giurisdizione da parte del potere giudiziario. Contrastare l’avversario, sì, ma senza mai perdere di vista il bene comune dell’ordine pubblico, che è anche ordine democratico”.
Giustissimo: chi oggi minimizza la questione sicurezza compie un errore, scambiando la complessa stratificazione del fenomeno come se fosse la semplice percezione irrazionale o un allarmismo mediatico. I dati e l'esperienza quotidiana parlano una lingua ben diversa, che intreccia minacce antiche e fenomeni del tutto nuovi e inquietanti.
Esiste la percezione dell'impunità per chi delinque assieme del moltiplicarsi di reati che preoccupano le comunità. Dai furti in appartamento alle "spaccate" ai danni dei negozianti al vandalismo teppistico che devasta l'arredo urbano e le infrastrutture pubbliche.
L'illegalità sa evolversi con rapidità spaventosa. Accanto alla presenza subdola della malavita organizzata, assistiamo all'esplosione delle truffe online e telefoniche, che colpiscono le fasce più fragili della popolazione. Il fenomeno della devianza tra i più giovani non può più essere archiviato come una fase di passaggio o semplice esuberanza. ici Se la situazione è giunta a questo livello di tensione, la responsabilità è in gran parte di un dibattito politico che per decenni ha preferito la contrapposizione di bandiera alla pragmatica costruzione di soluzioni.
Da un lato, la scorciatoia della sola propaganda punitiva. Credere che la sicurezza si risolva esclusivamente moltiplicando i reati del codice penale o alzando d'imperio i minimi l delle pene è un'illusione. L'aumento delle sanzioni sulla carta è un'arma spuntata se a esso non si accompagna la certezza dell'esecuzione della pena e una presenza capillare, qualificata e costante delle forze dell'ordine sul territorio.
Quando il processo si trascina per anni e la pena si diluisce in mille mille rivoli di cavilli e misure farraginose, il deterrente penale smette di funzionare. Chi delinque non teme la lunghezza teorica della condanna; teme la certezza di essere preso e di dover scontare le condanne.
Per contro, la tendenza a giustificare o minimizzare i comportamenti illegali in nome delle disuguaglianze sociali o di una malintesa cultura dell'accoglienza ha prodotto danni incalcolabili.
L'idea che il rispetto della legge sia una richiesta "punitiva" o che la fermezza tradisca una mancanza di empatia ha finito per indebolire le istituzioni.
In questo scenario, il tema della gestione dei flussi migratori in Italia richiede una chiarezza d'intenti definitiva, lontana sia dai toni della demagogia xenofoba sia dalle ipocrisie del buonismo di maniera.
L'integrazione è una leva fondamentale di crescita demografica ed economica, ma ha senso e possibilità di riuscita solo se regolata e integrata in un rigido e trasparente patto di cittadinanza. L'accoglienza - certo improba se i flussi sono quelli dei barconi - non è un atto di carità incondizionata, ma è un percorso bilaterale basato su diritti e doveri reciproci.
Chi viene accolto in Italia ha l'obbligo tassativo di rispettarne le leggi, la cultura civica e i valori fondamentali della convivenza. Non è più tollerabile che sacche di marginalità e clandestinità vengano lasciate vegetare alle periferie delle nostre metropoli o attorno alle stazioni ferroviarie e persino in piccoli paesi, trasformandosi in manovalanza a basso costo per la criminalità organizzata o per il piccolo spaccio. La risposta deve essere netta: l’accoglienza deve essere legata alla volontà di integrarsi, di rispettare chi ospita e di comportarsi onestamente. Chi sgarra non deve avere alibi e essere punito.
Non è un atto di discriminazione o una svolta autoritaria: è l'unico modo per proteggere la stragrande maggioranza degli immigrati perbene che lavorano e vivono nel rispetto delle regole e che sono spesso i primi a subire le conseguenze del degrado.
La sicurezza è la condizione senza la quale nessuna libertà può essere esercitata.
È tempo che la politica italiana - avendo beninteso una politica europea omogenea sul tema - ritrovi il coraggio del pragmatismo e la forza della responsabilità per vivere tutti più sereni contro gli eccessi repressivi e contro la caricatura del politically correct.