Non sopporto più i filorussi e spero davvero che per i loro articoli velenosi e le penose comparsate televisive ricevano generose prebende in rubli (o meglio in qualche moneta non così svalutata).
Potrei fare un lungo elenco di questa compagnia di giro, cui piace distorcere la realtà e che - questo l’aspetto più deteriore - finisce per fare da puntello al regime putiniano in un crescendo di improperi verso l’Occidente brutto e cattivo che vuol far del male alla Madre Russia. Questa espressione, radicata nella mitologia slava antica, si è evoluta in simbolo patriottico attraverso secoli di storia russa e rappresenta bene la spinta espansionistica aggressiva e feroce di una dittatura che è ingiustificabile.
Ed invece, come ha scritto ieri il Direttore del Foglio Claudio Cerasa, plaudendo alla sfilata militare a Parigi in chiave europeista voluta da Macron per la Fête de la République: ”Se si arma la Russia, è difesa. Se si arma l’Europa, è aggressione. Se si arma la Russia, è reazione. Se si arma l’Europa, è provocazione. Se si arma la Russia, è protezione. Se si arma l’Europa, è escalation. I formidabili fotogrammi che arrivano dalla parata militare di ieri a Parigi, in occasione del 14 luglio, in occasione della festa nazionale francese, aiutano a compiere un passo necessario per provare a ricalibrare l’immagine di un mondo al contrario all’interno del quale gli aggrediti diventano aggressori, gli aggressori diventano aggrediti, i nemici dell’Occidente diventano agnellini e l’Occidente che prova a difendersi diventa arcigno, provocatore, illiberale, minaccioso”.
Questa rappresentazione sta diventando vieppiù insopportabile e vale la pena di tirar fuori dal cassetto della Storia una parola sgradevole ma efficace: collaborazionismo.
La parola collaborazionismo ha una storia affascinante e complessa, poiché il suo significato è cambiato drasticamente nel corso del tempo. Originariamente nata con un'accezione del tutto neutra e persino positiva, ha finito per indicare una delle colpe politiche e morali più gravi del Novecento: il tradimento della propria patria a favore dell'oppressore straniero.
La uso con consapevolezza perché oggi militare per la Russia, arrampicandosi sugli specchi, configura un vero e proprio tradimento di valori democratici e dipinge chi se ne fa interprete come un rinnegato se non un venduto.
Dal punto di vista linguistico, la parola deriva direttamente dal verbo latino collaborare (composto da cum, "con", e laborare, "lavorare"), ovvero "lavorare insieme".
Prima della seconda guerra mondiale, il termine non aveva alcuna connotazione legata alla guerra o al tradimento. Era un termine usato in ambito amministrativo e sociale e, nella politica italiana, prima dell’avvento del fascismo, la parola "collaborazionismo" veniva usata nel dibattito politico italiano per descrivere la scelta di un partito d'opposizione di entrare in un governo di coalizione. Si usava, a questo proposito, la parola - sempre attuale anche oggi - ”trasformismo”.
Tutto cambia nell’uso del termine nell'autunno del 1940 in Francia, durante la Sedonda guerra mondiale. Il 24 ottobre 1940, nella stazione di Montoire-sur-le-Loir, il capo dello Stato francese (il regime di Vichy), il maresciallo Philippe Pétain, incontrò Adolf Hitler per stringere un accordo politico e militare. Poche settimane prima, la Francia era stata militarmente travolta e occupata dalle truppe naziste.
Pochi giorni dopo, il 30 ottobre 1940, Pétain pronunciò un celebre discorso radiofonico alla nazione in cui pronunciò la frase che cambiò per sempre la storia di questa parola: «C’est dans l’honneur [...] que j’entre aujourd’hui dans la voie de la collaboration.» (È con onore... che entro oggi sulla via della collaborazione).
Nelle intenzioni di Pétain, la collaboration doveva essere presentata come un accordo tra pari per garantire alla Francia un ruolo d'onore nella futura Europa dominata dalla Germania. Tuttavia, la realtà si rivelò ben diversa: il governo di Vichy si sottomise all'occupante, rendendosi complice di deportazioni, persecuzioni e della repressione della Resistenza. Insomma: una schifezza e fa rabbrividire che ci sia una parte dell’estrema destra francese che cerca di riabilitare Pétain! Questo atteggiamento del vecchio Generale fece di lui l’esempio perenne del traditore nella memoria collettiva.
All’epoca l’opinione pubblica mondiale e nel linguaggio della propaganda alleata e partigiana, le parole "collaborazione" e "collaborazionismo" persero ogni accezione positiva e diventarono sinonimi di viltà, sottomissione e tradimento della patria a favore del nemico occupante.
Mentre in Italia si diffondeva il reato penale di "collaborazionismo" (introdotto nel 1944 per punire chi aiutava i tedeschi durante l'occupazione della Repubblica Sociale Italiana), nel mondo anglosassone nacque un sinonimo perfetto di collaborazionista: la parola "Quisling".
Questo termine deriva da Vidkun Quisling, il capo dei fascisti norvegesi che nel 1940 facilitò l'invasione tedesca del proprio paese e si pose a capo di un governo fantoccio fedele a Berlino. Ancora oggi, nei paesi di lingua inglese, definire qualcuno un "quisling" equivale a dargli del traditore della Patria.
Oggi chi sfacciatamente e artatamente difende la Russia e ne giustifica le azioni è a mio avviso un traditore dei valori Occidentali e lo fa, con una sfacciataggine da vergogna, nel nome della libertà di informazione.
Gente che merita null’altro che il pubblico ludibrio, come segno del disonore.