Si può a lungo discutere delle riforme istituzionali da applicare all’acciaccata Repubblica italiana. Ognuno immagina di farlo a proprio modo, ed è giusto che sia così.
Chi crede nel federalismo viene da una lunga stagione di sconfitte che affonda le radici in un passato ormai remoto. Già con le Repubbliche napoleoniche, attraverso Prefetti e Province, e poi con l’accelerazione impressa da Garibaldi al processo di unificazione nazionale, si scelse il modello centralista. Il Regno d’Italia consolidò quell’impostazione e la sua travagliata stagione politica, alimentata anche da profonde contrapposizioni ideologiche e sociali, sfociò infine nella dittatura fascista.
La Repubblica nata dalla Costituente scelse un regionalismo prudente e incompiuto. Solo una fiammella di modelli alternativi trovò spazio nelle autonomie speciali, Valle d’Aosta compresa. Le Regioni ordinarie dovettero attendere gli anni Settanta per vedere la luce, mentre quelle speciali hanno attraversato decenni di fatiche, spesso costrette ad affidare alla Corte costituzionale decisioni che erano più politiche che giuridiche.
Oggi il Parlamento appare progressivamente svuotato, il Governo accentra su di sé gran parte del potere decisionale e il federalismo non lo si vede neppure in cartolina. La specialità sopravvive, ma la realtà di questi decenni è che boccheggia.
A Bruxelles tratta e decide lo Stato; la globalizzazione restringe gli spazi della politica territoriale; la qualità della classe dirigente regionale, troppo spesso, non è stata all’altezza della sfida.
Ma soprattutto Roma è sempre Roma. Decide, impone, accentra. Lo fa con leggi nazionali sempre più invasive, con il proliferare di Autorità indipendenti che sottraggono spazi di decisione alla politica democratica, con poteri sostitutivi sempre più frequenti e con organismi di controllo che finiscono per incidere direttamente sulle scelte delle autonomie territoriali.
Emblematico è il ruolo assunto dalla Corte dei Conti, la cui attività di controllo si è progressivamente estesa fino a condizionare in misura significativa l’azione amministrativa degli enti territoriali, alimentando una cultura della prudenza burocratica più che della responsabilità politica.
La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 giace ormai come uno zombie costituzionale, incapace di esprimere le potenzialità che avrebbe dovuto liberare. Il federalismo resta imprigionato in una cultura politica che continua a dimostrare quanto sia ancora attuale quel vecchio slogan: “Roma doma”. Un’espressione che richiama il centralismo di altre stagioni storiche e che, pur cambiando linguaggio e strumenti, continua a descrivere una tendenza profonda dello Stato italiano.
Forse il termine più appropriato è proprio “colonialismo”. Non quello esercitato verso terre lontane, ma quello che si manifesta nei confronti dei territori della Repubblica, delle loro istituzioni e delle loro comunità, costrette a subire decisioni prese altrove, spesso senza conoscerne fino in fondo le esigenze e le peculiarità.
Le grandi cause che infiammano le piazze sembrano occuparsi di tutto fuorché di questo progressivo degrado della democrazia locale. Eppure immaginare di governare un Paese complesso come l’Italia esclusivamente dal centro, attraverso logiche uniformi e mediante “inviati” romani incaricati di regolare ogni aspetto della vita amministrativa, dovrebbe suscitare ben altra preoccupazione.
I fatti dimostrano che queste non sono fantasie. La globalizzazione, alimentata da strumenti digitali che ormai accompagnano ogni momento della nostra esistenza, propone modelli culturali sempre più uniformi. I telefonini, i social network e le piattaforme digitali ci offrono l’illusione di una libertà infinita mentre, spesso senza accorgercene, riducono le differenze, appiattiscono le identità, omologano linguaggi, comportamenti e persino modi di pensare.
Al plurale delle comunità si preferisce il singolare della standardizzazione. Le diversità, che rappresentano la vera ricchezza dell’Europa e dell’Italia, vengono lentamente asfaltate da uno schiacciasassi culturale e digitale che rende tutto più semplice, ma anche più povero.
Si dirà che è il prezzo della modernità. Che un mondo interconnesso richiede centri decisionali forti, regole uniformi e procedure identiche per tutti. È una tesi che può avere una sua logica amministrativa, ma dimentica un principio fondamentale: la democrazia vive della prossimità, non della distanza.
Più il luogo nel quale si decide si allontana dai cittadini, più cresce il senso di impotenza. Quando le persone percepiscono di non poter incidere sulle scelte che riguardano la loro vita quotidiana, non si rafforza lo Stato: si indebolisce la fiducia nelle istituzioni. È da questa frattura che nascono l’astensionismo, il disinteresse, il populismo e la convinzione che, in fondo, decidano sempre altri.
Il federalismo non è soltanto una diversa organizzazione dello Stato. È una cultura politica. Significa responsabilità, autonomia, fiducia nelle comunità. Significa accettare che territori diversi possano compiere scelte differenti senza per questo mettere in discussione l’unità nazionale. Uno Stato è tanto più forte quanto più valorizza le autonomie che lo compongono, non quanto più le comprime.
L’Italia continua invece a oscillare tra annunci di riforme e continui ritorni al centralismo. Ogni emergenza diventa il pretesto per sottrarre nuove competenze ai territori; ogni problema sembra richiedere una nuova Autorità nazionale, un nuovo commissario, un nuovo potere sostitutivo. È una spirale che alimenta se stessa: più Roma accentra, più gli enti locali si indeboliscono; più si indeboliscono, più Roma trova giustificazioni per accentrare ancora.
Eppure la vera forza dell’Italia risiede proprio nella sua straordinaria pluralità. Le città, le regioni, le autonomie storiche, le minoranze linguistiche, le culture locali costituiscono un patrimonio irripetibile. Uniformare tutto significa inevitabilmente impoverire tutti.
La Valle d’Aosta rappresenta, sotto questo profilo, un laboratorio prezioso. La sua autonomia non è un privilegio concesso da Roma, ma il riconoscimento di una storia, di una lingua e di una comunità che hanno saputo convivere con lo Stato italiano senza rinunciare alla propria identità. Difendere questa specialità significa difendere un principio costituzionale che dovrebbe appartenere a tutta la Repubblica: quello della sussidiarietà, della responsabilità e della vicinanza tra chi governa e chi è governato.
Forse il problema è soprattutto culturale. Da troppo tempo si è smesso di considerare le autonomie come una ricchezza democratica e si è iniziato a trattarle come un ostacolo amministrativo. Se non si recupera l’idea che la pluralità delle comunità rappresenta una forza e non una debolezza, nessuna riforma istituzionale sarà davvero capace di invertire la rotta.
A ricordarlo, con grande lucidità, era Gianfranco Miglio. Il suo federalismo non nasceva da una rivendicazione localistica né da un egoismo territoriale, ma dalla consapevolezza che il potere, per sua natura, tende sempre ad accentrarsi. Per questo riteneva che uno Stato autenticamente democratico dovesse distribuire competenze, responsabilità e risorse, invece di concentrarle progressivamente nelle mani del centro. L’autonomia, in questa prospettiva, non è un privilegio concesso ai territori, ma un limite posto al potere dello Stato e una garanzia della libertà dei cittadini.
Miglio sosteneva che l’Italia continuasse a ragionare come uno Stato prefettizio ottocentesco, incapace di fidarsi delle proprie comunità. A distanza di decenni quella riflessione appare persino più attuale. Ogni crisi diventa l’occasione per accentrare; ogni emergenza giustifica nuovi commissari, nuove Autorità, nuovi poteri sostitutivi; ogni difficoltà sembra trovare come unica risposta una decisione assunta a Roma.
Eppure la storia insegna il contrario. Le istituzioni più solide non sono quelle che pretendono di governare ogni dettaglio, ma quelle che sanno responsabilizzare le autonomie. La vera unità nazionale non nasce dall’uniformità delle decisioni, ma dalla condivisione di principi comuni nel rispetto delle differenze. L’unità è un patto liberamente condiviso; l’uniformità è quasi sempre il prodotto di un’imposizione.
Per questo il federalismo non appartiene al passato e non può essere archiviato come una stagione politica conclusa. È una domanda ancora aperta sul futuro della Repubblica italiana: come coniugare unità e pluralismo, solidarietà e responsabilità, interesse nazionale e libertà delle comunità.
Se continueremo a considerare le autonomie come un problema invece che come una risorsa, continueremo anche a costruire uno Stato sempre più forte verso i propri territori e, paradossalmente, sempre più debole davanti alle grandi sfide del mondo contemporaneo.
Forse è tempo di recuperare quella lezione che parte da Carlo Cattaneo e arriva fino a Gianfranco Miglio: uno Stato non è tanto più moderno quanto più accentra, ma quanto più sa fidarsi delle comunità che lo compongono. La forza di una Repubblica non si misura dalla quantità di potere trattenuto al centro, bensì dalla qualità della libertà e della responsabilità che sa riconoscere ai suoi territori.
Solo allora anche la specialità della Valle d’Aosta cesserà di essere percepita come un’eccezione da tollerare e tornerà a essere ciò che i Costituenti avevano immaginato: un modello di autonomia al servizio dell’unità della Repubblica, non in contrapposizione ad essa. Perché una Repubblica che rispetta le sue autonomie non è una Repubblica più debole. È semplicemente una Repubblica più libera.