Ci sono mattine in cui ci si guarda intorno e ci si domanda se le cose che fai abbiano un senso in un clima generale che sicuramente non è roseo.
Guerre, polarizzazione politica, superficialità del dibattito pubblico, crisi economiche e ambientali, sfiducia nelle istituzioni e dubbi su scelte assunte per il futuro.
Si manifesta un contrasto tra l'energia che investiamo nelle nostre passioni, nei nostri valori o nel nostro lavoro e il "rumore di fondo" del mondo là fuori. Una situazione stridente e l’umore non ne guadagna per la sensazione di sforzi che possono sembrare inutili.
Allora ci si aggrappa a qualche pensiero. Penso al mito di Sisifo, che esisteva probabilmente nella tradizione orale pre-omerica, ma fu Omero il primo a scriverne (o a fissarne per iscritto) le versioni che conosciamo.
Ulisse nell’Odissea vede nell’Ade, questo Sisifo che spinge un enorme masso su per una collina; arrivato in cima, il masso rotola sempre giù e lui deve ricominciare da capo per l’eternità. Conseguenza della sua vita. Era stato considerato il più furbo e astuto tra i mortali, ma anche avido, crudele e senza scrupoli: uccideva ospiti, seduceva parenti e ingannava chiunque per il proprio vantaggio.
Sisifo, per una serie di altre ragioni, è condannato a questi supplizio eterno per hybris e cioè superbia verso gli dei. Una punizione insopportabile: fatica infinita, progresso impossibile, scopo assente.
Ma Albert Camus, uno dei più influenti scrittori, filosofi e giornalisti francesi del Novecento, prese questo mito e lo capovolse. A conferma del suo appassionato impegno civile e della sua figura di intellettuale rigoroso, perennemente teso a difendere la libertà
Camus dice che bisogna immaginare Sisifo felice. Non perché la sua situazione sia cambiata — il masso è ancora lì, la salita è ancora dura — ma perché Sisifo ha smesso di cercare un significato esterno che giustifichi la sua esistenza.
Camus vede in questo una fotocopia della nostra vita quotidiana: sveglia, tram, ufficio, quattro ore di lavoro, pasto, quattro ore di lavoro, sonno e poi lunedì, martedì, mercoledì... La maggior parte delle nostre azioni si ripete in un ciclo privo di un fine ultimo superiore.
Ma, tornando a Sisifo, il momento chiave è la discesa. Quando il masso rotola giù e Sisifo torna a valle, c’è un istante di lucidità: lui vede la propria condizione, la riconosce, e la sceglie comunque. In quel gesto c’è una forma di libertà assoluta.
La maggior parte delle persone risolve questa tensione in uno di due modi: la fede religiosa (c’è un senso nascosto) o il suicidio (non vale la pena vivere). Camus rifiuta entrambe le vie. Propone una terza: rimanere nell’assurdo, a occhi aperti, senza cedere.
Il significato, se esiste, lo costruisci tu nel gesto ripetuto, nell’impegno quotidiano, nell’atto stesso di continuare. Camus conclude il saggio con una frase diventata immortale: "Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice".
La felicità di Sisifo non deriva dal successo (che non arriverà mai), ma dal fatto che il destino gli appartiene. Il masso è cosa sua. Continuando a spingerlo senza illusioni e senza piegarsi, Sisifo nega il potere degli dei di punirlo. La sua stessa esistenza diventa un atto di fiera e orgogliosa ribellione.
Prospettiva singolare e controcorrente rispetto alle fatiche di Sisifo e al suo uso proverbiale, vale a dire un lavoro lungo, faticoso, ripetitivo e soprattutto inutile, destinato a non portare mai a un risultato definitivo, perché tutto ciò che si ottiene viene vanificato e si deve ricominciare dall’inizio.
Tutto sta nel rovesciare la prospettiva ed è uno stimolante esercizio intellettuale.