A prima vista, una delle cose che colpisce nella bolla di certa asocialità che ci isola dagli altri, accanto al sempre presente telefonino con cui trafficare in solitaria, ci sono anche le cuffiette. Termine persino affettuoso per indicare le cuffie auricolari piccole, quelle che si inseriscono nell’orecchio (earbuds o in-ear headphones).
In gran parte dei casi servono per ascoltare la musica. Leggevo un lungo e interessante articolo di Marlon DuPont su Le Monde, che mi ha fatto pensare su questo desiderio quasi compulsivo.
L’incipit è suggestivo: ”Appena giù dal letto, lavorando, nel cuore della notte, facendo le pulizie, su un tappetino da ginnastica, sotto la doccia, in macchina, in metropolitana, su uno smartphone o alla radio, con gli auricolari o le casse, ovunque e a qualsiasi ora, lo stesso gesto: premere "play". Come virtuosi direttori d'orchestra, e quasi senza pensarci, abbiamo ormai la possibilità di modulare la colonna sonora delle nostre vite come si condisce un piatto per esaltarne il sapore o nasconderne l'amarezza”.
Un fenomeno vistoso è onnicomprensivo che - dice la giornalista - ”rende l'ascolto musicale una pratica culturale più diffusa della lettura o dei videogiochi, eppure decisamente meno discussa”.
La sociologa Tia DeNora, racconta l’articolo, anni fa studiò l’ascolto al femminile della musica nelle modalità appena descritte e ne risultò ”la profonda convinzione, espressa in una moltitudine di modi: la musica avrebbe un potente potere di trasformazione. Farebbe "qualcosa" a loro”.
La DeNora sintetizza: “L'ascolto musicale privato è secondo lei da annoverare tra le "tecniche di sé": una nozione mutuata da Michel Foucault che descrive tutte le pratiche attraverso le quali lavoriamo sul nostro corpo, sui nostri pensieri, sul nostro comportamento per diventare un certo tipo di persona e conformarci alle esigenze della società”.
Una interpretazione impegnativa, che si accompagna ad un’analisi della Dupont sulla portabilità personale della musica. Certo da ragazzo ricordo delle radioline portatili, ma la giornalista indica la rivoluzione: introdotta dal Walkman della Sony. Dice: “Isolando i (giovani) utilizzatori in un "bozzolo sonico", secondo l'espressione del ricercatore britannico Michael Bull, al riparo da orecchie indiscrete, il Walkman li rende più autonomi e più liberi nella scelta delle loro canzoni, inaugurando l'era dei personal media”.
Il sociologo Raphaël Nowak, citato su Le Monde dice in modo convincente: ”L'onnipresenza della musica nelle nostre vite è senza dubbio da mettere in relazione con la sua capacità di procurarci un senso di "sicurezza ontologica"», analizza. «Ascoltando contenuti che sappiamo piacerci o che ci parlano, ci ricentriamo su noi stessi, ci confortiamo nella nostra identità particolare, ci sentiamo esistere“.
Il telefonino e le numerose app per gli ascolti musicali ormai fanno il resto e ci aprono un mondo che fa impallidire le pile dei dieci e le cassettine della mia adolescenza.
In più accanto alle playlist che ci facciamo da soli come apprendisti stregoni, i famosi algoritmi che ci studiano sono in grado di proporci loro stessi delle selezioni, privandoci pure di questa libertà e seguendo i nostri umori che vengono scrutati senza pietà.
Un mondo che cambia in fretta sotto i nostri piedi e anche dentro le nostre orecchie sempre all’ascolto.
Resta il fatto che certe canzoni, come per magia, mantengono la straordinaria possibilità evocatrice di farci rivivere momenti lieti della nostra vita, agendo come un lenitivo di certe pene quotidiane.