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07 giu 2026

Dietro la mostrificazione

di Luciano Caveri

La parola mostrificazione è interessante e nel caso Garlasco, per chi lo segue, viene adoperata per la campagna mediatica e giudiziaria che portò alla condanna di Alberto Stasi (per me innocente) e ora viene usata contro i “j’accuse” dai legali che difendono Andrea Sempio, che potrebbe essere stato - lo si vedrà dai probabili processi - il vero assassino della povera Chiara Poggi.

l'Istituto Treccani ne registra l'uso scritto del termine sulla stampa italiana (in particolare su La Repubblica e il Corriere della Sera) a partire dagli anni Novanta — grazie a intellettuali e scrittori come Alberto Arbasino.

Ma le sue radici, non la parola in sé, sono antichissime. Il termine è un sostantivo che deriva direttamente dal verbo mostrificare ("trasformare in mostro" o "considerare qualcuno come un mostro"), costruito unendo due elementi latini.

Nel latino religioso, il monstrum non era un essere malvagio, ma un "segno divino" o un "portento" che mostrava la volontà degli dei (dalla radice del verbo monere, che significa "avvisare", "ammonire"). Nel tempo, il termine è passato a indicare qualcosa di deforme, eccezionale o spaventoso perché fuori dalla norma naturale.

Mentre il suffisso -ficazione indica un processo di trasformazione o di creazione (pensa a parole come gassificazione, cementificazione o beatificazione). La parola quindi significa per essere precisi: "Il processo attraverso il quale qualcuno o qualcosa viene trasformato — o dipinto — come un mostro".

Non un mostro…mostruoso, che già esisteva in italiano per indicare una deformità fisica, ma la necessità specifica della sociologia, della politica e del giornalismo moderno per affermare un meccanismo psicologico e mediatico.

Nella cultura contemporanea, la mostrificazione è l'atto politico o sociale di distorcere l’immagine del nemico, dell’avversario, di un personaggio pubblico. Una sorta di onda montante che crei il mostro: una gogna vera e propria.

Caro Jung parlava della proiezione dell’ombra. A livello psicologico, la mostrificazione si basa sulla proiezione. Ognuno di noi (e ogni gruppo sociale) ha una parte "oscura" fatta di paure, impulsi inaccettabili, aggressività e debolezze che non vogliamo ammettere di avere. Invece di fare i conti con i nostri difetti, è molto più facile prenderli, proiettarli interamente su un bersaglio esterno e dire: "Il male è tutto lì, in quella persona (o in quel gruppo). Noi, invece, siamo i buoni".

Altrettanto interessante è il meccanismo del capro espiatorio studiato dall'antropologo René Girard ed è uno dei motori sociali più antichi del mondo. Quando all'interno di una comunità crescono la tensione, l'ansia o la crisi (economica, politica, sanitaria), si genera una violenza diffusa che rischia di distruggere la comunità stessa. Per salvarsi, il gruppo devia istintivamente tutta questa tensione accumulata verso un unico bersaglio.

Nelle dinamiche sociali moderne, amplificate in modo esponenziale dai social media e dagli algoritmi, la mostrificazione serve a creare una distanza morale. Se discuto con una persona che ha idee diverse dalle mie, devo fare lo sforzo di ascoltarla, argomentare e riconoscerle una dignità intellettuale. Se invece riesco a mostrificarla (dipingendola come un pericolo pubblico, un corrotto totale o un essere spregevole), non ho più l'obbligo morale di rispettarla. A quel punto, l'insulto o l'esclusione diventano azioni non solo giustificate, ma addirittura percepite come "meritorie".

Interessante notare come la mostrificazione sia ormai una deriva non solo della cronaca nera, ma anche del dibattito politico, che ha in certo uso del Web punti di bassezza da fogna di Calcutta.

Bisogna capire certi meccanismi, enfatizzazioni, dileggi, martellamenti per mantenere i nervi saldi per non dare soddisfazione ai creatori di