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11 mag 2026

La lezione frontale non è superata

di Luciano Caveri

Nei mesi scorsi mi è capitato di svolgere in diverse scuole superiori degli incontri dedicati all’Europa.

Non è facile - e non invidio gli insegnanti cui tocca svolgere questo lavoro - svolgere lezioni frontali, riuscendo a mantenere l’interesse degli allievi.

Le lezioni frontali richiedono un’attenzione sostenuta che, secondo studi neuroscientifici, è difficile da mantenere per bambini e ragazzi (e anche per gli adulti). La durata tipica di poco meno di un’ora supera spesso i limiti di concentrazione, favorendo distrazione, soprattutto con la concorrenza di stimoli digitali (smartphone, social), che abituano alla rapidità e alla conseguente riduzione dei tempi di attenzione.

Io penso di essermela in parte cavata, specie in un ciclo di lezioni piuttosto lungo e intenso, cercando di non annoiare con logiche solo nozionistiche, ma con aneddotica, ricordi, esempi concreti. Ma soprattutto con ospiti in remoto e dal vivo per animare scolaresche che mi paiono da stimolare e questo comporta un oggettivo sforzo da prendere sul serio.

Ero in verità all’inizio piuttosto scettico sulla possibilità di riuscire a mantenere una buona attenzione su di una materia, quella dell’integrazione europea e delle politiche comunitarie in scenari geopolitici complessi. Mi pare - spero di non illudermi - di esserci discretamente riuscito.

Anzi, ne sono uscito con l’idea che lezioni frontali ben fatte possano funzionare. Trasmettono conoscenza e restano centrali per mantenere vitalità nelle aule .

Semmai mi pare che la questione sia come rendere attivo l’incontro frontale ed è un tema che mi sono posto da tempo anche fuori dalla scuola nella mia attività politica. Come poter trasmettere certe competenze e conoscenze acquisite, trovando modalità che consentano che questo avvenga in modo non paludato e restando efficaci, pur con platee sempre più distratte e con un’attenzione che sfugge all’oratore in un batter di ciglia.

E non ci si può permettere il rischio di buttare via il “cuore” della trasmissione culturale che deve rimanere l’incontro personale per la sua componente emozionale, carnale, fisica, cui la nostra umanità non deve e non può rinunciare.

Immagino che chi è del settore - parlo di chi lo fa con competenze in un mondo in cui ci sono anche motivatori ciarlatani - studi e applichi tecniche di coinvolgimento attivo che spezzino i pericoli di noia e di monotonia, oltreché di scarso successo nell’apprendimento. Per cui non scopro certo l’acqua calda e non mi sostituisco a chi si rovella sul tema.

Rompere il rischio della routine obbliga a sorprese, al famoso storytelling, a collegamenti con l’attualità, al perché quello che stanno imparando è utile nella vita reale.

Rompere quella separatezza — mi spiegava una brava insegnante - vuol dire coinvolgere con esercizi pratici e progetti di gruppo, che diano il senso della comunità alla classe o al pubblico che segue.

Il ritmo e la gestione dei tempi è niente affatto banale, così come - in politica è forse la cosa più importante - l’umanità di chi parla crea un ponte empatico che favorisce l'ascolto.

Ma la grande novità sono le opportunità tecnologiche che possono rompere i rischi di monotonia: facile da predicare ma non da realizzare, affinché le lavagne elettroniche non siano un ornamento che prende