Sono sempre utili gli esempi comparativi derivanti dalla Storia. Ovvio che bisogna sempre fare la tara, perché le diverse epoche hanno contesti con grandi diversità, ma sembra esistere un fil rouge utile per capire anche le vicende odierne.
Durante il periodo fascista, la censura sulla cronaca nera (delitti, suicidi, tragedie passionali, violenze, incidenti e fatti di sangue) fu uno strumento sistematico per proiettare un’immagine di ordine, moralità e controllo sociale perfetto. Il regime voleva mostrare un’Italia “rigenerata”, disciplinata e moralmente sana, dove crimini e disordini sembravano scomparsi o ridotti al minimo.
Per regolare le redazioni esistevano vere e proprie circolari governative e “veline”. Si trattava di note di servizio su carta velina rosata, giallina o bianca che ordinavano ai giornali che cosa pubblicare e cosa che era invece proibito.
Dal 1926 (e con particolare rigore negli anni successivi) Mussolini e l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio (poi Ministero della Cultura Popolare – Minculpop) inviarono circolari telegrafiche ai prefetti e ai direttori dei giornali. Esempio chiave: la circolare del 9 gennaio 1926 (n. 806) sulla “smobilitazione della cronaca nera”, ribadita nel 1928, per evitare di scrivere di fatti che potessero “esercitare una pericolosa suggestione sugli spiriti deboli”.
Mussolini in persona, che conosceva bene la stampa da direttore di giornali e seppe anche usare la radio e il cinegiornali, sapeva quanto fosse utile coltivare il mito del fascismo come elemento di sicurezza per garantire consenso al regime nella logica di una dittatura che deve pure educare le masse.
Tuttavia, In momenti di crisi, questo controllo occhiuto spingeva al contrario, amplificando la cronaca nera su certi ”mostri” distrarre l’attenzione dai problemi politici o economici, ma sempre sotto stretto controllo delle ”veline”.
Un esempio classico di distrazione selettiva è il caso Girolimoni (1924-1928), noto come “il mostro di Roma”. In quegli anni il regime fascista, ancora in fase di consolidamento dopo la Marcia su Roma e il delitto Matteotti (che aveva creato forti tensioni), si trovò di fronte a una serie di omicidi efferati di bambine nei quartieri popolari di Roma. Invece di minimizzare (come avveniva di norma con la cronaca nera) il caso fu amplificato per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi politici (instabilità del regime, accuse di squadrismo, crisi istituzionale). Creò un “nemico comune” (il mostro pedofilo) contro cui la polizia e il regime potevano apparire come salvatori dell’ordine e della moralità familiare. Gino Girolimoni, un innocente (ex soldato e fotografo), fu individuato come capro espiatorio e sottoposto a una campagna mediatica feroce: titoli a effetto, dettagli macabri, ritratti come “belva umana”. Il caso occupò pagine intere per mesi, nonostante prove deboli o inesistenti. Alla fine fu scagionato, ma solo dopo aver distratto l’opinione pubblica per anni.
Questo è uno dei pochi casi in cui la nera non fu censurata ma strumentalizzata per scopi propagandistici: mostrare che il fascismo “proteggeva le famiglie” e combatteva la depravazione del “vecchio mondo liberale”.
Oggi non esiste nessun meccanismo simile, ma di fatto la cronaca nera - i Social ne sono il più eclatante dimostrazione - finiscono per essere una evidente"arma di distrazione di massa" (un gioco di parole basato sulla ben più sinistra "arma di distruzione di massa"). Una espressione efficace, non ha un unico "inventore" certificato, ma la sua diffusione globale è legata - nel mondo del giornalismo alla guerra in Iraq (2001-2003).
La paternità della frase specifica viene spesso attribuita a giornalisti e opinionisti critici verso l'amministrazione di George W. Bush. Mentre il governo cercava le "armi di distruzione di massa" in Iraq, i critici sostenevano che la retorica della paura fosse un'arma di distrazione di massa per coprire altri interessi (petrolio, cali di consenso o riforme economiche). In effetti non si sbagliavano.
Fu un libro di Benoit Bréville e Serge Halimi ”Armes de distraction massive” (2003) a dare una formalizzazione del con etto, esplorando come l'intrattenimento e i media di regime vengano usati per "addormentare" la coscienza critica dei cittadini.
Esiste naturalmente, nel tempo trascorso, un affinamento della diagnosi che dimostra come ci siano meccanismi di possibile manipolazione. Tipo notizie scandalistiche che vengono lanciate per coprire leggi impopolari o utilizzo di Social media e Televisioni, ad esempio cavalcando polemiche sterili, per distrarre l'attenzione dai problemi reali.
Non è la mia una visione complottista - per carità! - ma deriva anche molto da una specie di addormentamento inconsapevole dell’opinione pubblica.
Con un’avvertenza: la definizione classica novecentesca vedeva l'opinione pubblica come la reazione di una massa passiva ai messaggi dei grandi media (TV, Radii giornali), oggi è un processo partecipativo. L'opinione non viene solo "ricevuta", ma anche attraverso l'interazione costante sui social media. Non esiste più un'unica opinione pubblica, ma una galassia di micro-pubblici o "bolle".
Non conta solo ciò che la gente "dice" ai sondaggisti, ma ciò che "esprime" attraverso like, condivisioni, tempo di permanenza su un contenuto e tracce digitali. Sapendo del ruolo mediatore degli algoritmi che ci scrutano e orientano in ciò che le piattaforme decidono di mostrarci.
Siamo sempre più di fronte ad una opinione pubblica estremamente fragile e soggetta a rapidi cambiamenti, trasformandola spesso in una ondivaga ”emozione pubblica".