Quando, da ragazzini, si intonavano in gita sul pullman le canzoni le più varie resta inteso che “Bella ciao” - che tutti conoscevamo a memoria - faceva parte del nostro repertorio. Sapevamo di che cosa si trattava: un brano facile che evocava per tutti la Resistenza, di cui sapevamo bene - per vicinanza agli eventi e racconti familiari - quale fosse il contesto.
Oggi sappiamo come ilsuo il ritornello semplice e potente (“O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao”) si presti a essere adattato in qualsiasi lingua e contesto e ne abbia per questo favorito l’irraggiamento nel mondo. Non a caso la canzone è stata tradotta e reinterpretata in decine di lingue: dall’arabo al curdo, dal persiano al cinese, dal tagalog al singalese.
Il grande boom internazionale - per essere concreti - è arrivato con la serie Netflix La Casa di Carta, dove divenne metafora di ribellione contro il sistema. Da lì è esplosa su TikTok, nelle discoteche (con remix elettronici) e nei videogiochi.
Ho trovato un elenco sul suo uso, come colonna sonora anti-autoritaria: è stata cantata durante le proteste di Gezi Park in Turchia (2013) contro Erdoğan, nelle manifestazioni iraniane per “Donna, Vita, Libertà” (2022), a Hong Kong contro il governo cinese e in altre occasioni in Ucraina, in Cile, in Sri Lanka, in Colombia
In Europa contro AfD in Germania, contro Orban al Parlamento Europeo, Sardine in Italia), negli USA (Occupy Wall Street). si sommano altre cause: Diritti delle donne (Polonia), clima (Fridays for Future), Palestina (adattamenti in arabo e cantata da attivisti italiani), Kurdistan.
È diventata, insomma un simbolo trasversale: non più solo di sinistra italiana, ma di chiunque si senta oppresso e voglia gridare libertà. La sua forza sta proprio nella capacità di essere “adottata” localmente, mantenendo lo spirito originale. Aggiungiamo che il "Ciao" è la parola italiana più conosciuta al mondo e questo aiuta.
L'orecchiabilità deriva probabilmente dalle sue radici miste, che la rendono familiare a orecchie diverse. Pare esista una registrazione del 1919 del fisarmonicista romeno Mishka Ziganoff intitolata "Koilen". La melodia è quasi identica. Questa matrice folk/yiddish le conferisce quell'equilibrio tra malinconia e allegria tipico delle feste popolari, ma anche dei canti di lavoro (risulta ormai smentito un legame con un canto delle mondine).
Luigi Morrone sul "Corriere della Sera", anni fa, raffreddò gli animi sull'origine “resistenziale” del brano e della celebre musica, con due citazioni iniziali di chi sulla Resistenza sapeva bene. Ecco il passaggio: ”Gianpaolo Pansa: "Bella ciao. E' una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare". Giorgio Bocca: "Bella ciao... canzone della Resistenza e Giovinezza... canzone del ventennio fascista... Né l'una né l'altra nate dai partigiani o dai fascisti, l'una presa in prestito da un canto dalmata, l'altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell'Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano... Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare "Bella ciao", è stata un'invenzione del "Festival di Spoleto".
Si aggiungono altre radici possibili. Il giornalista propone un’altra citazione, quella dell’esperto di musica Carlo Pestelli, che sostiene che"Bella ciao è una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore".
Segue una minuziosa ricostruzione delle diverse e possibili fonti documentali che potrebbero attestare varie ipotesi. Ma il punto diventa questo: ”Ritornando al punto di partenza, come sostengono Bocca e Panza, "Bella ciao" non fu mai cantata dai partigiani. Ma il mito di "Bella ciao" come "canto partigiano" è così radicato, da far accompagnare il funerale di Giorgio Bocca proprio con quel canto che egli stesso diceva di non aver mai cantato né sentito cantare durante la lotta partigiana.
Perché "Bella ciao", nonostante tutto, è diventata il simbolo della Resistenza, superando sin da subito i confini nazionali? Perché ha attecchito questa "invenzione della tradizione"?
Qualcuno ha sostenuto che il successo di "Bella ciao" deriverebbe dal fatto che non è "targata", come potrebbe essere "Fischia il vento", il cui rosso "Sol dell'Avvenir" rende il canto di chiara marca comunista. "Bella ciao", invece, abbraccerebbe tutte le "facce" della Resistenza (Guerra patriottica di liberazione dall'esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l'emancipazione sociale), come individuate dallo storico Claudio Pavone. Ma, probabilmente, ha ragione Gianpaolo Pansa: Bella ciao" viene esibita di continuo ogni 25 aprile. Anche a me piace, con quel motivo musicale agile e allegro, che invita a cantarla".
Il successo di "Bella ciao" come "inno" di una guerra durante la quale non fu mai cantata, plausibilmente, deriva dalla orecchiabilità del motivo, dalla facilità di memorizzazione del testo, dalla "trovata" del "Nuovo Canzoniere" di introdurre il battimani. Insomma, dalla sua immediata fruibilità”.
Mi sembra una giusta osservazione e vale dunque la pena di dire che "Bella ciao" la canto ancora volentieri, pur sapendo che la sua origine non ha nulla a che fare direttamente con la lotta partigiana, ma ne incarna in qualche modo lo spirito.
Ma, ciò detto, bisogna evitare quantomeno di stravolgerne il testo, come avvenuto al recente Concertone del 1 maggio, come ha fatto una cantante siciliana, tale Delia , che ha modificato ”Bella Ciao”, sostituendo la parola “partigiano” con “essere umano”. Demagogia da quattro soldi.