Ma si può ancora scherzare?
Ogni tanto me lo chiedo, perché ho ereditato da mio papà il piacere di piazzare una frase giusta per ridere o prendere in giro bonariamente situazioni che si creano o persone che diventano oggetto in determinate circostanze di qualche battutina.
Mi pare che oggi come non mai bisogna essere vigili per una eccessiva reattività, frutto dei tempi. Ma partiamo dall’inizio.
”Scherzo” - ben si sa quanto mi piaccia scavare nelle parole - la parola scherzo ha un’origine dinamica e "vivace", che affonda le sue radici nelle antiche lingue germaniche.
Ecco il percorso etimologico e l'evoluzione del termine. Deriva dal longobardo skerzōn (o dall’alto tedesco antico skerzōn), che originariamente significava "saltellare di gioia" o "balzare". In tedesco moderno, la radice è rimasta nel sostantivo Scherz (scherzo, burla). L'idea di fondo non era legata solo a una battuta di spirito, ma a un movimento fisico scomposto e allegro, tipico di chi gioca o festeggia.
Esiste di certo nello scherzare una fisicità e una mimica che fanno parte della nostra specie. Le espressioni facciali sono fondamentali per segnalare che si sta scherzando, perché trasformano le parole da letterali a giocose o ironiche. Senza di esse (soprattutto in chat o testo) il rischio di fraintendimento sale tantissimo.
Capita anche a me, via Whatsapp, di subire o di infilarmi in discussioni perché senza vedere le persone in faccia risulta facile equivocare.
Lo psicologo della comunicazione e linguaggio non verbale Paul Ekman ha fatto ricerche sul tema.
Ha spiegato il ”sorriso Duchenne” (il più autentico e esaminato per primo da in onore del neurologo Guillaume-Benjamin-Amand Duchenne de Boulogne (1806-1875)). Si manifesta con angoli della bocca sollevati e occhi che si stringono con rughette “a zampa di gallina” agli angoli esterni. È il segnale classico di genuina allegria e divertimento. Indica “sto ridendo con te, non di te”.
Ma c’è anche il sorriso ampio con testa leggermente inclinata: trasmette giocosità e invito a partecipare alla risata.
Si aggiunge l’ammiccamento e cioè uno sguardo rapido con un occhio chiuso. Classico per dire “è uno scherzo, siamo complici”.
Valgono anche le sopracciglia alzate brevemente che, combinate con un sorriso, segnalano “sto esagerando apposta per far ridere”. Questi creano un clima di complicità e riducono il rischio di offesa.
Se si finisce nell’ironia o nel ben più tagliente sarcasmo ecco, anzitutto, il sorriso asimmetrico: un solo angolo della bocca sollevato, spesso con occhi socchiusi o sguardo laterale. Trasmette superiorità, ironia o “lo dico ma non proprio”.
Anche in questo caso esiste l’alzata di sopracciglia, cui si aggiungono gli occhi al cielo, come segnale di forte di sarcasmo o finto stupore (“ma dai, ovvio che scherzo”).
Carogneschi lo sguardo socchiuso o strizzata d’occhi prolungata, perché indicano che il significato è l’opposto di quello detto.
Butta male quando spunta l’espressione di disprezzo lieve (labbro superiore leggermente alzato da un lato, naso appena arricciato), che manifesta del sarcasmo aggressivo. Fa capire che c’è una critica nascosta.
Ma in italiano ci sono sottigliezze verbali che si trasformano facilmente in verbi diretti. Si va da ”stuzzicare/sfruculiare” a ”deridere/sbeffeggiare”, cui si aggiungono il ”prendere in giro” e il gettonatissimo ”prendere per il c.”.
Comunque sia, è più difficile scherzare oggi perché la “cultura della sensibilità” ha cambiato le regole del gioco sociale.
Una volta l’umorismo funzionava così: si esagerava, si generalizzava, si colpivano stereotipi, vizi, differenze tra sessi, regioni, classi sociali. Lo scopo era ridere insieme della debolezza umana, non educare o segnalare virtù. Oggi quel meccanismo è inceppato per diversi motivi strutturali, non solo perché la gente è diventata più sensibile,ma non solo perché i Social sono moltiplicatori anche di inutili indignazioni di chi non sta allo scherzo.
Questo vale per chi fa il comico di professione. Infatti, se scherzare è sempre stato rischioso (il comico cammina sul filo), oggi il filo è più alto, il pubblico ha meno senso dell’umorismo condiviso e la punizione è più severa e irreversibile.
Ha scritto Luca Bizzarri, che leggo su X, ed è attivo nel criticare l'indignazione a comando sui social. "Oggi il problema non è la censura dall'alto, ma quella dal basso. Siamo circondati da 'offesi di professione' che non aspettano altro che una parola fuori posto per scatenare un linciaggio digitale. Il comico deve essere libero di essere sgradevole”.
Checco Zalone, che ho ammirato anche nel suo ultimi film, con ironia tagliente, ha spesso sottolineato quanto sia difficile ironizzare su certi temi: ”Oggi se fai una battuta devi chiedere scusa prima, durante e dopo. C'è una sorta di psicosi collettiva per cui ogni parola viene pesata col bilancino della morale. La risata però è anarchica, non può essere educata”.
Io mi rendo conto che ogni tanto mi trovo ad autocensurarmi o ad uccidere la battuta di spirito prima che fuoriesca. In certi casi della vita avrei vinto un premio a stare zitto…
Confesso, tuttavia, che nella maggior parte dei casi…mi scappa.