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06 apr 2026

Notrifobia: l’ansia “buona” del viaggio

di Luciano Caveri

Viaggiare ho viaggiato. L’ho fatto per svago e per lavoro, accumulando esperienze che si imprimono nella testa e ti arricchiscono.

Conoscere ogni cultura diversa dalla propria significa capire di più un pezzo di mondo e legittimamente crearsi delle opinioni. Quando torno a casa, porto con me idee e pensieri nuovi o anche, perché non tutto è mai rosa e fiori, la conferma di quanto non mi piace o persino mi preoccupa.

Il mio, infatti, non è mai un positivismo ottuso o un cosmopolitismo che non preveda giudizi o condanne su quanto non mi convinca. Ma mi sono stufato anche di quelli che degli altri dicono solo male e passano il tempo a bearsi in modo provinciale del proprio ombelico.

Dico sempre ai ragazzi che incontro nelle scuole: sfruttate ogni occasione utile per viaggiare e non spaventatevi di fare esperienze nuove a che sfidanti.

È anche da quelle che si impara a crescere e non si finisce mai di farlo.

Ho un catalogo di fatti, persone e luoghi che conservo nel cuore.

Quando arrivi ad una certa età, bisogna non solo guardare ai viaggi fatti, ma sfruttare gli anni ancora a disposizione - facendo gli appositi scongiuri - per vedere mete mai raggiunte. Diceva Sant’Agostino: ”Il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina”.

Aggiunge ancora Robert Louis Stevenson: ”Viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La grande avventura è muoversi”.

Confesso che mi piace molto progettare dove andare a lunga gittata e mettere questi appuntamenti di prospettiva sull’agenda, come se fosse un rassicurante punto di arrivo per poi partire.

Non credo di essere gravemente affetto da notrifobia, che sarebbe una sorta di paura/ansia di non avere nessun viaggio prenotato o in programma.

L’etimologia della parola è un neologismo moderno, non una parola antica presente nei dizionari classici come il Treccani o l’etimologico Devoto-Oli. È un termine coniato recentemente (soprattutto negli ultimi anni).

La prima parte sarebbe dall’inglese “no” (nessun, mancanza di), con possibile influenza dal latino/greco per indicare privazione o assenza. Trip sempre dall’inglese, quel “trip”, che significa “viaggio” (soprattutto di piacere, vacanza o escursione). Fobia è multiuso e viene dal greco antico φόβος, che significa “paura”, “terrore” o “timore irrazionale”.

Questo suffisso è comune in tutte le fobie classiche e, anni fa, quando mi occupavo di programmi tv avevo inventato un format in cui - con al cura di un amico psicologo - una persona che aveva paura di ragni, topi, ingresso in una galleria o in ascensore usciva redento dalle cure e cancellava la sua paura.

In questo caso specifico, penso che non sia difficile cancellare quel senso di vuoto o ansia che si prova quando si torna da una vacanza e non si ha già la prossima “prenotata”.

Basta dotarsi di pazienza e scegliere una destinazione! Purtroppo non so quante vite ci vorrebbero per girare tutti i posti che meriterebbero un viaggio.

Ricordo che a tutt’oggi ci sono nel mondo all’incirca 195 Paesi, ma in ciascuno di loro ci sono luoghi che meriterebbero la nostra attenzione e dunque visite su visite.

Un grande viaggiatore come lo scrittore Claudio Magris ci conferma la giusta chiave di lettura: ”Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui si cerca di orientarsi nella vita. [...] Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli”.