Non capisco perché ci si stupisca che l’autonomismo valdostano - e in particolare l’Union Valdôtaine - sia in grado di evolversi a seconda dei molti cambiamenti, che persino accelerano come non mai in questo primo secolo impetuoso del nuovo Millennio.
Elenco: i cambiamenti tecnologici, la rivoluzione digitale, le evoluzioni sociali, i mutamenti nell’economia, una geopolitica complessa, politiche migratorie disordinate.
Non è per nulla un mondo di rose e fiori, esistono una violenza profonda, iniquità ingiuste, guerre spaventose, la democrazia che arretra, nuove dipendenze che spaventano.
Ognuno può completare i due elenchi sommari.
Ricordo che chi fa politica e da questa transiti non può permettersi pensieri e proposte che non siano più corrispondenti alla realtà. Come singolo assieme alla sua organizzazione politica diventerebbe un inutile relitto.
Certo i documenti alla base della nostra Autonomia, decreti luogotenenziali e lo Statuto speciale, fotografano un mondo assai diverso.
Quando mi occupai di questi aspetti fondamentali, percorsi tre strade sempre valide: modifiche statutarie su temi sui quali avere più potere , la stabilizzazione di regole per le norme di attuazione che rinfrescassero lo Statuto e poi lo sforzo continuo di avere norme specifiche nella legislazione nazionale.
A latere vale sempre il principio che a diritti corrispondano doveri e quindi la capacità della Valle d’Aosta di avere una buona e innovativa legislazione regionale, una efficace macchina amministrativa e un efficace funzionamento del sistema istituzionale, Comuni compresi.
Resta valido quell’articolo 1 del primo decreto luogotenenziale nella sua essenzialità: ”La Valle d'Aosta, in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari, è costituita in circoscrizione autonoma”.
Qui dentro c’è la posizione di confine che è non più frontiera ma cerniera, mutata in profondità con la nascita dell’Unione europea, c’è la particolarità dell’economia di montagna e dell’insieme di ricadute di vivere in un territorio particolare (come da legislazione italiana e nei Trattati europei) e l’aspetto forte del particolarismo linguistico ricchezza endogena e radice essenziale, che fa parte di una rete della francofonia che apre e non chiude.
Tutti elementi che forgiano una identità cangiante e obbliga a nuove forme di coesione della comunità. Chi in politica continuasse su piste modificate dalle condizioni mutate sarebbe un matto, perché ogni programma deve sempre corrispondere alla realtà in cui si vive.
Per cui mi viene il latte ai gomiti a leggere su certi libri che noi autonomisti siamo fuori dal tempo, legati a vecchi schemi conservatori, in fondo persino chiusi a ogni cambiamento. Evidentemente non ascoltano quanto diciamo da anni nei programmi e nelle sedi istituzionali. Così ogni tanto viene il dubbio che ci sia malizia e si vogliano leggere le cose con logiche di antagonismo politico e ideologico, abilmente camuffate dall’autorevolezza dell’esperto studioso contrapposta alla pochezza dei politici zotici.
Trovo sia un inutile esercizio leggere la storia con lenti deformanti e in fondo è un peccato che ciò avvenga. In fondo il popolo valdostano è piccolo e da sempre a rischio per una sua fragilità.
Discutere a viso aperto è un esercizio che può indicare più di molto altro delle strade condivise e approfondimenti necessari per guardare al futuro.