Leggo dei tre freerider morti in seguito ad una valanga che li ha investiti nel canale del Vesses, in Val Veny a Courmayeur. Ennesima tragedia in questo inverno sulle Alpi.
La stagione invernale 2025/2026 sulle Alpi (convenzionalmente da dicembre 2025 a marzo/aprile 2026, ma considerando che oggi è il 16 febbraio 2026, siamo ancora in pieno periodo) ha registrato un numero significativo di vittime per incidenti in montagna, in particolare legati a valanghe, cadute, scialpinismo e altre attività.
Non esiste perciò un bilancio ufficiale completo e definitivo, ma dai dati disponibili da fonti affidabili come Soccorso Alpino, AINEVA, EAWS e media italiani emergono questi numeri principali.
Secondo il database EAWS (European Avalanche Warning Services) sulle fatalità da valanga per la stagione 2025/26, sino a poche ore fa si contavano 78 morti totali in Europa (di cui una parte rilevante sulle Alpi). Per l'Italia in particolare, le stime parziali indicano 21 morti da valanga.
Non a caso il Soccorso Alpino e i servizi specifici come quelli operativi in Valle d’Aosta hanno, al momento giusto come nelle scorse ore, lanciato appelli urgenti alla prudenza, citando neve fresca su strati instabili. Spesso i bollettini che allarmano sono ignorati.
Il totale esatto delle vittime per l'inverno 2025/26 sulle Alpi italiane non è ancora consolidato (la stagione non è finita), ma le cronache recenti parlano di un periodo con fatti molto gravi, con un cluster di vittime concentrato tra fine gennaio e metà febbraio 2026. Per confronto, la stagione precedente 2024/25 aveva chiuso con numeri inferiori per valanghe (circa 11 in Italia, 61 totali arco alpino).
Purtroppo in passato ho visto con i miei occhi dei morti sotto le valanghe. Fa sempre impressione non solo per la giusta pietas verso chi muore in circostanze tragiche e pure per la condivisione di chi ne soffre la scomparsa. Ma anche perché colpisce sempre allo stomaco pensare come le montagne, così belle, possano - in certe condizioni di fatalità e talvolta purtroppo quando avvengono certe scelte sbagliate - diventare lo scenario di tragedie.
Ero un giovane cronista della RAI ed ero ardimentoso nel raccontare le tragedie della montagna senza retorica, ma anche senza crudezza compiaciuta di chi usa ormai la cronaca nera senza scrupoli per attirare l’attenzione.
Mi ha formato a capire certi meccanismi anzitutto la mia amicizia con il pioniere del Soccorso Alpino, Franco Garda, amico a sua volta di mio papà e padre di Elena, mia preziosa collaboratrice per anni.
Era un uomo diretto, di quelli che gli piaci o non gli piaci. Ma se gli andavi a genio si apriva e diventava un pozzo di informazioni utili per scavare nell’alpinismo in senso vasto e formarsi delle opinioni.
Capisci così, in modo più approfondito e per raccontarli da giornalista non vacuo, quanto sta dietro gli incidenti in montagna, sapendo come le vette possano diventare un ambiente ostile e bisogna sempre stare all’erta.
Non si tratta di drammatizzare o di demonizzare le montagne, che non sono né buone né cattive e “umanizzarle”, ma di far capire che ogni accortezza è una necessità e ci vuole intelligenza.
Ho già scritto molte volte come a certi dilettanti e persino a qualche professionista capiti di dimostrare un eccesso di confidenza nella logica “a me non capiterà mai”,
Ricorda sempre il grande Reinhold Messner: “Mettere un piede in montagna non è come andare sui prati, il rischio c’è sempre. È molto importante che tutti sappiano che la montagna è migliaia di volte più forte di noi. Come umani siamo molto limitati nelle nostre capacità di sfuggire a una valanga, di riuscire a salvarci all’ultimo momento”.
Oggi la vasta consapevolezza della pericolosità e le notevoli informazioni dettagliate sullo stato della neve fanno sì che non esista più alcun alibi per chi sbaglia. Chi muore sotto la neve lo fa compiendo, tranne rarissimi casi, un errore di valutazione ed il paradosso è che esista ancora una specie di sicumera, che spinge qualcuno a sottovalutare l’intrinseco grado di rischio.
Rischio che, in fase di soccorso sui luoghi degli eventi, pesa sulla testa degli esperti del soccorso alpino e questo aggiunge elementi di ingiustizia.